Percy Jackson "Eroi dell'Olimpo", Rick Riordan

Pubblicato il 10 maggio 2026 alle ore 18:00

La chioma di tentacoli della Dea fluttuò.
«Ho sentito così tanto parlare del grande Percy Jackson. I giganti sono ossessionati dalla tua cattura. Devo dire che... non capisco il motivo di tanto clamore.»
«Grazie, sorella. — disse Percy. — Ma se vuoi tentare di uccidermi, devo avvisarti che ci hanno già provato.»

Mettiamola così: se sei un mezzosangue e qualcuno ti parla di una nuova profezia, hai due opzioni.
La prima è ascoltare con attenzione, fare un bel respiro e prepararti a un’impresa suicida.
La seconda è scappare molto lontano e fingere di non aver sentito nulla.

Indovinate quale opzione scelgono sempre.

E infatti eccoci qui, con una nuova profezia che, come tutte le profezie che si rispettino, è vaga, minacciosa e ha quell’aria da “vi rovinerà la vita nei prossimi mesi”:

Sette mezzosangue alla chiamata risponderanno.

Fuoco o tempesta il mondo cader faranno.

Con l’ultimo fiato un giuramento si dovrà mantenere,

e alle Porte della Morte, i nemici armati si dovran temere.

Se vi sembra leggermente drammatica… sì, è perfettamente in linea con gli standard.
Dopo gli eventi di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo, uno potrebbe pensare che il mondo mitologico si sia dato una regolata, che gli dei abbiano imparato qualcosa, che le promesse fatte — soprattutto quelle giurate sullo Stige — vengano mantenute.
Certo.
E magari i ciclopi aprono anche una catena di ristoranti vegani.
In realtà, quello che succede è molto più semplice: le conseguenze arrivano, tutte insieme, e sono anche di cattivo umore. Perché il vero problema non è solo che il mondo rischia di finire — di nuovo.
È che questa volta non c’è un unico eroe a sistemare tutto.

Ce ne sono sette.
Che non si conoscono davvero.
Che non si fidano completamente.
E che, dettaglio non trascurabile, provengono da due versioni dello stesso mondo che si evitano da secoli.

Ottima base per una collaborazione. Davvero.

L'Eroe Perduto
(Guida non ufficiale a come svegliarsi senza memoria e finire comunque responsabile di un’apocalisse imminente!)

Il primo libro fa una scelta che potrebbe sembrare rischiosa: toglie di mezzo Percy.
Al suo posto troviamo Jason Grace.
Jason, che si sveglia su un autobus diretto al Grand Canyon, accompagnati dal coach Gleeson Hedge, senza sapere chi è.
E no, non nel senso poetico-esistenziale del termine, non è una crisi d’identità adolescenziale del tipo “nessuno mi capisce”, è zero memoria, ma zero proprio nel senso tecnico del termine, tipo hard reset completo. Non sa perché sia lì, non sa perché la ragazza seduta accanto a lui gli stia tenendo la mano come se fossero la coppia dell’anno e non sa perché il ragazzo dietro di lui continui a parlargli con la confidenza di chi probabilmente conosce ogni sua figuraccia degli ultimi mesi.
Il problema è che tutti sembrano avere una risposta tranne lui.
Accanto a lui c’è Piper McLean, che sostiene di essere la sua ragazza, e dietro Leo Valdez, che si comporta come se fossero amici da sempre.
Jason ascolta, annuisce, prova ad incastrare i pezzi... e, ovviamente, fallisce. Non perché siano incoerenti, ma perché non li sente suoi. È come indossare una vita che qualcun altro ha scelto per te: tecnicamente va, praticamente non calza.
E la cosa più interessante è che Jason, invece di pensare “che bello, ho una vita sociale già pronta”, percepisce subito che qualcosa non quadra. Perché puoi anche perdere la memoria, ma il tuo istinto continua a funzionare.

Piper è interessante fin da subito proprio perché appare come qualcuno che dovrebbe avere tutto sotto controllo — bella, intelligente, carismatica — ma sotto quella superficie c’è una ragazza che vive costantemente con la sensazione di non essere abbastanza. E infatti una delle cose più riuscite del romanzo è che Piper non entra mai davvero nella categoria della “ragazza perfetta”: mente, ruba, manipola, sbaglia, si sente invisibile accanto alle aspettative enormi legate al padre famoso, e passa metà del romanzo convinta di essere l’anello debole del gruppo. Il che è ironico, considerando che senza di lei probabilmente sarebbero morti entro il secondo capitolo.
Poi c’è Leo Valdez, che affronta ogni singola situazione con lo stesso approccio emotivo: parlare troppo velocemente, fare battute inappropriate e nascondere qualsiasi trauma dietro l’umorismo. Leo è il caos in forma umana. Se gli dessi un fiammifero e cinque minuti di silenzio, probabilmente riuscirebbe a costruire un’arma di distruzione di massa usando pezzi di tostapane e filo elettrico trovato per terra.
E Jason, in mezzo a loro due, sembra quasi il personaggio più stabile. Che sarebbe rassicurante, se non fosse completamente privo di memoria.

I tre sono studenti della Wilderness School. Tradotto: ragazzi problematici, difficili, ingestibili. 
Jason prova a recuperare qualcosa — un ricordo, un dettaglio, anche solo una vaga sensazione di familiarità — mentre Piper e Leo fanno del loro meglio per riempire i buchi, cioè raccontargli chi è basandosi sui loro ricordi. Funziona? No, per niente. Anzi, più parlano, più Jason si rende conto che qualcosa non torna.
Ma non ha tempo di farsi domande esistenziali, perché il Grand Canyon — che dovrebbe essere un posto turistico — decide di diventare il palcoscenico perfetto per un attacco nel momento in cui il ragazzo trova una moneta d’oro con inciso Ivlivs. E già qui, se sei minimamente sospettoso, inizi a capire che forse la situazione sta prendendo una piega storicamente problematica.
Coach Hedge è esattamente il tipo di personaggio che sembra nato da una discussione tipo: “e se prendessimo un allenatore aggressivo e gli dessimo l’energia di un caprone pronto alla violenza?”. Il bello è che funziona perfettamente. Hedge parla di mezzosangue, campi, missioni e “pacchi speciali” con la tranquillità di chi ha completamente perso il concetto di normalità anni prima. Ma, naturalmente, Jason non riesce nemmeno a fare una domanda decente prima che Rick Riordan decida di buttare tutto nel caos assoluto.

Dylan — uno studente apparentemente normale — si rivela uno spirito della tempesta. Hedge smette ufficialmente di fingere di essere umano e si trasforma in un satiro armato, Leo viene trascinato via, Piper cerca disperatamente di capire cosa stia succedendo, e Jason combatte.
Ed è qui che il romanzo diventa davvero interessante.
Perché Jason non sa nulla, non sa chi sia, non sa cosa sia un mezzosangue, non sa perché uno spirito della tempesta stia cercando di ucciderlo nel Grand Canyon, ma nel momento in cui Dylan gli scaglia contro un fulmine e lui sopravvive, capisci immediatamente che il problema non è la sua memoria.
Il problema è quello che Jason è stato addestrato a essere.
Prende la moneta, la lancia, e questa si trasforma in una spada dorata. Non si ferma a chiedersi come funzioni, non va nel panico, combatte con una precisione quasi inquietante, come se il suo corpo ricordasse tutto anche quando la sua mente è completamente vuota.
Riordan costruisce uno degli aspetti più intelligenti del personaggio: Jason è l’opposto di Percy Jackson. Mentre Percy è impulsivo, sarcastico, disordinato, emotivo, Jason è disciplinato, controllato, estremamente romano persino prima di sapere di esserlo davvero. Percy combatte come qualcuno che improvvisa, Jason combatte come qualcuno cresciuto dentro una struttura militare.

E infatti, quando Annabeth Chase arriva su un carro trainato da pegasi insieme a Butch, il libro inizia a lasciarti piccoli dettagli che urlano continuamente una sola cosa: questo ragazzo non appartiene a questo mondo.
Annabeth sta cercando Percy, scomparso da tre giorni. È stanca, frustrata, nervosa, e vedere Annabeth senza Percy crea subito un vuoto stranissimo nella narrazione, perché persino il campo sembra sbilanciato senza di lui. E nel mezzo di questa ricerca disperata compare Jason: biondo, occhi azzurri, poteri legati al cielo, tatuaggi romani sul braccio e nessuna idea di cosa stia succedendo. 
Assolutamente non sospetto.
Quando arrivano al Campo Mezzosangue — dopo essersi schiantati nel lago, perché l’eleganza non è una qualità richiesta ai semidei — il romanzo continua a giocare benissimo sul senso di disorientamento. Leo viene reclamato immediatamente da Efesto, e sinceramente non poteva andare diversamente. Leo emana energia da “incendio accidentale” già dalle prime pagine. La cabina di Efesto è praticamente casa sua ancora prima che qualcuno glielo dica. Piper invece ottiene Katoptris, il pugnale che mostra la verità. Che è un regalo incredibilmente crudele per una ragazza che passa l'intero romanzo a dubitare di sé stessa, dei suoi ricordi e perfino dei suoi sentimenti per Jason.
Jason, invece, resta irrisolto, perché Annabeth nota i tatuaggi: SPQR, l’aquila, le linee sul braccio, simboli romani.

Improvvisamente, il problema smette di essere “chi è Jason?” e diventa “perché esiste un semidio romano qui?”. Ed è questo il vero cuore del romanzo: non la missione, non i mostri, nemmeno Era imprigionata.
Il cuore del libro è l’idea che il mondo che conoscevamo nella prima saga fosse incompleto.
I semidei greci credevano di essere il centro di tutto, poi arriva Jason e il libro praticamente dice: “ah, no, tranquilli, c’è un intero altro sistema che non conoscete”.
Da qui in avanti “L’eroe perduto” diventa una gigantesca bomba a orologeria narrativa, perché mentre i protagonisti cercano di salvare Era, Riordan sta facendo qualcosa di molto più pericoloso: sta preparando una guerra tra mondi che non dovrebbero nemmeno incontrarsi, e nel mezzo di tutto questo caos, la cosa più divertente è che nessuno dei protagonisti si sente davvero all’altezza.

Jason non sa chi sia.
Piper pensa di essere inutile.
Leo è convinto di distruggere tutto ciò che tocca.
Eppure funzionano. Male, spesso. Con traumi evidenti, comunicazione discutibile e una quantità preoccupante di esplosioni. Però funzionano.
Che, onestamente, è probabilmente la definizione più accurata possibile di qualunque gruppo di semidei creato da Rick Riordan.

Il Figlio di Nettuno
(Percy cambia accampamento, perde la memoria e scopre che i romani hanno preso la mitologia greca e le hanno dato un regolamento militare di trecento pagine!)

Dopo “L’eroe perduto”, la domanda principale era una sola: dov’è Percy Jackson?
E Riordan, da persona assolutamente stabile e rispettosa della serenità emotiva dei lettori, risponde nel modo più traumatico e divertente possibile: Percy è vivo, senza memoria, inseguito da mostri e con

Il romanzo si apre con Percy che vaga da mesi senza memoria, inseguito da due gorgoni che sembrano uscite direttamente da un incubo mitologico con problemi di gestione della rabbia e un leggerissimo desiderio omicida.
Rick Riordan fa una cosa intelligentissima: ribalta completamente “L’eroe perduto”. Mentre lì avevamo Jason — romano — catapultato nel mondo greco. Qui abbiamo Percy — greco fino al midollo — scaraventato nel mondo romano. E il bello è che Percy continua a essere Percy anche senza memoria.
Confuso? Sì.
Disorientato? Assolutamente.
Pronto a lanciarsi in battaglia senza avere un piano? Sempre.
L’unica persona che ricorda chiaramente è Annabeth Chase. Non il suo passato, non il Campo Mezzosangue, non Grover e nemmeno sua madre. Solo Annabeth.
Ed è una scelta narrativa piccola ma devastante, perché Riordan sta praticamente dicendo: “questa persona è talmente importante da essere sopravvissuta persino alla cancellazione della memoria”.

Naturalmente, Percy arriva al Campo Giove nel modo più Percy Jackson possibile: trascinandosi dietro mostri, caos e distruzione accidentale.
Ma qui ci rendiamo conto dell'evidente diversità fra "Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo" e "Percy Jackson e gli Eroi dell'Olimpo".
Il Campo Mezzosangue era caotico, impulsivo, pieno di cabine colorate, rivalità adolescenziali e attività che sembravano inventate da Dioniso durante una crisi esistenziale.
Il Campo Giove invece è Roma: ordine, gerarchie, disciplina, legioni, aquile. E un probabile trauma generazionale represso sotto tonnellate di regole militari.
Percy entra in questo mondo come una granata emotiva con problemi di memoria, ed è meraviglioso perché i romani non sanno bene cosa farsene di lui. Percy è troppo spontaneo, troppo sarcastico, troppo… greco. Combatte senza formazione romana, improvvisa continuamente e possiede quell’energia devastante da “farò qualcosa di completamente folle, ma probabilmente funzionerà”. Il bello è che lui cerca anche di adattarsi, davvero. Cerca di capire le regole, il funzionamento delle coorti, il sistema romano, ma resta Percy Jackson. Il che significa che nel giro di pochissimo tempo combina abbastanza caos da far sembrare una catastrofe naturale un piccolo inconveniente logistico.

Quando viene riconosciuto come figlio di Nettuno, la situazione peggiora ulteriormente. Perché Nettuno, nella cultura romana, non è visto esattamente come la divinità più rassicurante del pantheon. Percy si ritrova quindi immediatamente osservato con sospetto, e la cosa ironica è che lui stesso non sa bene cosa pensare di sé.
Qui entrano in scena Hazel Levesque e Frank Zhang, due dei personaggi più tragicamente adorabili mai scritti da Riordan.
Hazel è letteralmente una ragazza morta, e già questo basterebbe per renderla memorabile. Arriva dagli anni Quaranta, porta addosso il peso del passato, della colpa e della morte in un modo che nessun altro personaggio della saga riesce davvero a replicare. È tornata dall’oltretomba grazie a Nico Di Angelo, ma il problema è che Hazel non vive mai davvero come qualcuno convinto di meritarsi una seconda possibilità, c’è sempre quella malinconia silenziosa dentro di lei, quel modo di osservare il mondo come qualcosa che le è stato restituito ma che potrebbe sparire da un momento all’altro.
Frank Zhang, invece, è fantastico perché passa metà del libro convinto di essere inutile mentre il romanzo continua a urlargli addosso il contrario. È impacciato, gigantesco, emotivo, incredibilmente gentile e possiede l’autostima di un cucchiaino dimenticato in fondo a un cassetto. E il fatto che discenda da una stirpe benedetta da Marte rende tutto ancora più ironico, perché Frank sembra continuamente sul punto di chiedere scusa per esistere mentre intorno a lui tutti gli altri hanno energia da gladiatori romani pronti alla guerra. Ah, e la sua vita dipende da un pezzo di legno. Letteralmente.
Perché Riordan ama profondamente prendere traumi mitologici e trasformarli in dettagli narrativi emotivamente devastanti.

Il trio Percy-Hazel-Frank funziona in modo incredibile proprio perché nessuno di loro si sente abbastanza. Percy non sa più chi sia davvero, Hazel si sente un errore tornato dalla morte, Frank pensa costantemente di deludere tutti.
Un perfetto gruppo eroico, una perfetta squadra da spedire in una missione suicida verso l’Alaska. Che infatti è esattamente ciò che accade.
Nessuna instabilità emotiva qui!
Quando parte la missione verso l’Alaska, il romanzo prende quella tipica piega da “road trip mitologico” che Riordan maneggia benissimo: mostri, divinità, incontri assurdi, tensioni continue e semidei costretti a salvare il mondo mentre cercano contemporaneamente di capire sé stessi.
E l’Alaska viene descritta praticamente come la versione mitologica del “qui nemmeno Zeus interverrebbe”. Che, considerando gli Dei greco-romani, dovrebbe essere un avvertimento enorme. 

La missione è liberare Thanatos, il dio della morte, tenuto prigioniero dal gigante Polibote, creato specificamente per distruggere Nettuno/Poseidone.
Riordan introduce una delle conseguenze più inquietanti dell’ascesa di Gea: la morte non funziona più correttamente. I mostri tornano continuamente, i nemici non restano morti, l’equilibrio stesso del mondo sta cedendo.
Se ne "Gli Dei dell'Olimpo" Crono voleva distruggere l’Olimpo, in "Eroi dell'Olimpo" Gea vuole qualcosa di peggiore: cancellare completamente il mondo degli Dei e dei semidei.
C’è qualcosa di molto più antico, pesante e inevitabile nella presenza di Gea.
E Percy, Hazel e Frank si ritrovano a fronteggiare qualcosa di più grande di una semplice missione. La sensazione costante che il tempo stia finendo.
Nel frattempo Percy continua lentamente a recuperare frammenti di memoria, e ogni volta che pensa ad Annabeth il romanzo rallenta appena, quel tanto che basta a ricordare che, sotto tutta quella ironia, le battaglie e i mostri, Percy è ancora un ragazzo che sta cercando disperatamente la strada per tornare a casa.
Per lui, Annabeth diventa il filo che tiene insieme la sua identità.
Ed è ironico che il personaggio più impulsivo della saga finisca per essere ancorato emotivamente a una sola persona con una forza quasi disperata.
Questo è ciò che rende il libro così forte, perché non è solo un’avventura mitologica.
È un romanzo sul sentirsi fuori posto: Percy è troppo greco per i romani, Hazel è troppo legata al passato per il presente, Frank è troppo insicuro per vedere ciò che è davvero. Eppure funzionano, con caos, esplosioni, strategie discutibili, ma funzionano.
All'incirca!

La vera forza del romanzo, però, è il modo in cui costruisce il Campo Giove e i romani. Perché i greci combattono come individui, i romani combattono come esercito. I greci sono caos organizzato, i romani sono ordine pronto a esplodere.
E Percy si trova nel mezzo, troppo greco per essere romano, ma già abbastanza romano da capire il loro mondo.
"Il figlio di Nettuno" quindi fa qualcosa di molto importante per la saga: prende Percy Jackson — che nella prima serie era praticamente il centro emotivo dell’universo — e lo costringe a sentirsi straniero.
Non ha i suoi amici, non ha i suoi ricordi, non ha il suo campo. Per la prima volta da molto tempo, Percy deve ricostruire sé stesso da zero.
Naturalmente salva comunque tutti nel modo più spettacolarmente irresponsabile possibile, perché certe cose non le cancelli nemmeno con la magia della memoria.

Che, a questo punto, è praticamente il suo superpotere principale.

Il Marchio di Atena
(Annabeth Chase eredita il peso di una dea vendicativa, sette semidei provano disperatamente a non uccidersi a vicenda e Rick Riordan decide che la stabilità emotiva è sopravvalutata!)

"Il marchio di Atena" è il momento esatto in cui Eroi dell’Olimpo smette di essere una saga con tanta bella mitologia e diventa ufficialmente una guerra. Non metaforicamente né simbolicamente.
Diventa una guerra vera. Con eserciti romani pronti a radere al suolo il Campo Mezzosangue, semidei che cercano disperatamente di evitare il collasso totale e sette ragazzi incaricati di salvare il mondo mentre litigano, si traumatizzano e affrontano problemi emotivi grandi quanto il Mediterraneo.
Ed è magnifico!

Il romanzo si apre con Annabeth che finalmente sta per riabbracciare Percy dopo mesi di separazione. Mesi in cui Percy è sparito senza lasciare tracce, mesi in cui Annabeth ha probabilmente funzionato solo grazie all’odio verso chiunque osasse dirle di “mantenere la calma”. Percy nel frattempo si trova ancora al Campo Giove, e la cosa devastante è che continua a ricordare quasi esclusivamente Annabeth. Non importa quanti ricordi stiano tornando lentamente a galla, il punto fermo resta lei. E Riordan insiste tantissimo su questo dettaglio, perché Percy può perdere il passato, l’identità, il senso dell’orientamento e probabilmente anche la voglia di vivere dopo cinque guerre mitologiche consecutive, ma non riesce a dimenticare Annabeth.
Naturalmente, il loro ricongiungimento dura circa trenta secondi prima che l’universo decida di esplodere. Perché i romani e i greci stanno per entrare in guerra, di nuovo.

Il che è incredibilmente coerente con la storia dell’umanità, in effetti.

L’arrivo della Argo II al Campo Giove è una delle scene migliori dell’intera saga perché è praticamente costruita sul concetto di “questa situazione potrebbe degenerare in qualsiasi momento”. La nave volante arriva sorvolando l’accampamento romano con a bordo un drago di bronzo gigante, armi ovunque e semidei greci armati fino ai denti. Un’immagine che comunica pace diplomatica esattamente quanto un carro armato parcheggiato in salotto. Eppure per un attimo sembra quasi funzionare.
Per un attimo, eh.
Poi ovviamente qualcuno lancia accidentalmente un’arma, gli eidolon possiedono persone, i romani interpretano la situazione nel peggior modo possibile e il fragile equilibrio politico salta in aria nel giro di pochi minuti.
E mentre l’Argo II fugge dal Campo Giove inseguita dalla rabbia romana, il romanzo chiarisce immediatamente una cosa: la profezia dei sette è ufficialmente iniziata.

Da qui il romanzo cambia completamente tono. Perché fino a questo momento Eroi dell’Olimpo aveva costruito il conflitto tra greci e romani come una minaccia futura. Ne "Il marchio di Atena", invece, la guerra diventa inevitabile.
I romani marciano verso il Campo Mezzosangue, Reyna non riesce più a contenere la tensione politica, Ottaviano continua a esistere, che già di per sé è un problema enorme per la pace mondiale.
E nel frattempo i sette semidei sono finalmente tutti insieme sulla stessa nave.
Che dovrebbe essere un momento trionfale, e invece sembra un esperimento sociale organizzato da Era durante una crisi nervosa, perché nessuno sta davvero bene: Jason Grace continua a vivere sospeso tra identità greca e romana, cercando disperatamente di impedire che entrambe le parti si distruggano a vicenda. Piper McLean inizia finalmente a capire quanto sia terrificante il proprio potere e quanto facilmente potrebbe manipolare gli altri. Frank Zhang sta lentamente diventando un leader senza accorgersene. Hazel Levesque continua a convivere con fantasmi letterali e metaforici. Percy e Annabeth cercano disperatamente di avere cinque minuti normali insieme, ma l’universo sembra considerarlo un crimine contro la natura.
E poi c’è Leo Valdez.
Perché mentre tutti gli altri hanno qualcuno, Leo resta costantemente ai margini. Percy e Annabeth, Frank e Hazel, Jason e Piper. E Leo che scherza, costruisce cose, parla troppo e continua a fingere che la solitudine non gli stia scavando lentamente dentro. Ed è una delle cose che Riordan scrive meglio nell’intera saga: il modo in cui Leo usa il sarcasmo per non affrontare il fatto di sentirsi sempre “quello in più”.

Nel frattempo, Atena decide di rendere la vita di sua figlia ancora peggiore.
Segui il Marchio di Atena. Vendicami.
Fine delle istruzioni.
Perché gli Dei greci continuano ad avere l’abitudine terrificante di affidare missioni suicida ai figli dando loro indicazioni vaghe come biscotti della fortuna scritti durante un crollo psicologico.
La missione di Annabeth diventa quindi il cuore del romanzo. Per la prima volta nella saga, infatti, Riordan prende il personaggio che ha sempre avuto il controllo della situazione e la mette davanti a qualcosa che non può davvero controllare. La mette nella posizione che di solito apparteneva a Percy. 
È lei quella che deve guidare, che deve rischiare di più, che deve continuare ad andare avanti anche mentre tutti attorno a lei iniziano a crollare.
Solo che Annabeth lo fa in modo completamente diverso da Percy.
Percy affronta i problemi come un’onda che travolge tutto, Annabeth invece pensa troppo, analizza troppo, si carica addosso responsabilità enormi e continua a funzionare anche quando dovrebbe essere emotivamente distrutta.
Il Marchio di Atena non è solo una ricerca, è una prova costruita sulla paura più grande della figlia della Dea della saggezza: non essere abbastanza. Non abbastanza intelligente, non abbastanza forte, non abbastanza degna di Atena. Ed è terribile perché lei continua comunque ad andare avanti, sempre, anche quando la situazione peggiora continuamente.

Naturalmente, essendo un libro di zio Rick, i personaggi non possono limitarsi a gestire crisi emotive normali.
Ma no!
L’equipaggio della Argo II è praticamente una bomba emotiva galleggiante. E devono riuscire a districarsi fra mancanza di fiducia e conflitti mentre attraversano il Mediterraneo inseguiti da mostri, divinità vendicative e il lento risveglio di Gea.
L’obiettivo è raggiungere le Porte della Morte e chiuderle definitivamente, impedendo ai mostri di rigenerarsi all’infinito. Che sembra già abbastanza complicato, ma devono anche salvare Nico Di Angelo.
E Nico, povero Nico, continua a essere il personaggio che Riordan prende emotivamente a pugni con la costanza di una divinità particolarmente rancorosa. Quando scoprono che è stato catturato e imprigionato in un vaso gigante — perché evidentemente la mitologia greca aveva deciso che un classico trauma psicologico non era abbastanza creativo — tutto il gruppo si ritrova costretto a dirigersi verso Roma. Che è probabilmente la città peggiore possibile per un gruppo di semidei greci e romani già sull’orlo del collasso diplomatico.

E mentre la guerra tra romani e greci continua ad avvicinarsi inevitabilmente, Annabeth si ritrova sempre più sola nella sua ricerca del Marchio. Perché viene separata dagli altri e costretta ad affrontare il suo terrore più grande.
Il confronto con Aracne funziona proprio per questo.
Aracne non combatte Annabeth solo fisicamente, ma la attacca sul piano psicologico, sulla paura di non essere abbastanza, sull’arroganza di Atena, sull’idea che l’intelligenza possa trasformarsi in superbia.
Ma la ciliegina sulla torta arriva alla fine del romanzo. La scena finale è probabilmente una delle più crudeli mai scritte dall'autore.
Annabeth riesce davvero nell’impresa, trova l’Atena Parthenos, sopravvive, completa la missione che nessun figlio di Atena era mai riuscito a portare a termine.
E zio Rick, da autore assolutamente equilibrato, decide di premiare questo trionfo facendo precipitare Percy e Annabeth nel Tartaro.
Fine del libro, nessuna terapia possibile.

Signore e signori, Rick Riordan: l’uomo che ha preso una saga per ragazzi e ha deciso di terminare il terzo volume lanciando i suoi due protagonisti principali direttamente nell’inferno mitologico.

La Casa di Ade
(Percy e Annabeth fanno una passeggiata all'Inferno. Grande idea!)

Fino a questo momento Eroi dell’Olimpo aveva avuto momenti oscuri, certo. Guerre, morti, crisi identitarie, profezie terrificanti, Nico Di Angelo che esiste in uno stato costante di sofferenza psicologica.
Ma "La casa di Ade" è diverso.
Quello che nasce è probabilmente il romanzo più oscuro, pesante e psicologicamente brutale dell’intera serie di Percy Jackson. Perché sì, ci sono ancora battute, ci sono ancora momenti ironici, Leo continua a parlare come se il silenzio potesse ucciderlo, Percy continua ad affrontare creature apocalittiche con l’energia mentale di qualcuno che ha dormito tre ore e mezzo in cinque giorni.
Ma sotto tutto questo c’è una tensione diversa: stanca, spietata, adulta.
Il romanzo riprende esattamente dalla fine devastante de "Il marchio di Atena": Percy e Annabeth sono precipitati nel Tartaro, mano nella mano, perché persino il trauma in questa saga deve avere implicazioni romantiche.
Che già di per sé è surreale.
Per anni, il Tartaro era stato raccontato come il luogo peggiore immaginabile. Non un semplice inferno, ma qualcosa di vivo, antico e profondamente ostile. Un posto dove persino gli Dei evitano di mettere piede.

Riordan fa una cosa geniale: non rende il Tartaro solo un luogo. Lo rende una creatura.
Tutto laggiù vuole ucciderli, il terreno respira, i fiumi sono velenosi, i mostri non sono semplicemente aggressivi, sono a casa.
Ogni cosa laggiù odia la loro esistenza. Ed è questo che rende il romanzo così pesante. Percy e Annabeth non stanno attraversando un territorio ostile, stanno camminando dentro il corpo di una divinità primordiale che li vuole morti.
Non è esattamente il contesto ideale per una relazione adolescenziale già costruita su anni di guerre, sacrifici e stress post-traumatico non elaborato.
La cosa straordinaria è che zio Rick finalmente lascia Percy e Annabeth completamente soli. Niente Campo Mezzosangue, niente amici, niente adulti inutili che parlano in enigmi. Solo loro due contro il posto peggiore dell’universo.
E qui si vede quanto siano cresciuti.
Percy continua a essere sarcastico, impulsivo e pronto a buttarsi in situazioni suicide con l’ottimismo irresponsabile che lo caratterizza da sempre, ma il Tartaro tira fuori anche qualcosa di diverso, qualcosa di più stanco, perché Percy ormai combatte da anni.
Ha salvato l’Olimpo, ha affrontato titani, ha perso persone, è stato manipolato dagli dei praticamente tutta la vita.
Annabeth invece continua a essere incredibile nel modo più Annabeth possibile: funziona anche quando dovrebbe crollare, analizza, pianifica, ragiona, continua ad andare avanti mentre tutto attorno a lei sembra costruito appositamente per spezzarla psicologicamente. Ed è importante che il libro mostri quanto lei sia terrorizzata, perché Annabeth è intelligente abbastanza da capire davvero dove si trovano.
E nel Tartaro tutto questo viene a galla.

Nel frattempo il resto dell’equipaggio della Argo II deve raggiungere la Casa di Ade e sigillare le Porte della Morte.
Che sembra già abbastanza difficile. Peccato che debbano anche assicurarsi di essere dalla parte giusta quando le porte verranno chiuse, perché altrimenti Percy e Annabeth resteranno intrappolati per sempre nel Tartaro.
No pressure, guys!
Questo romanzo, quindi, alterna continuamente due atmosfere completamente diverse: da una parte abbiamo il viaggio nel Tartaro, che è praticamente un horror mitologico. Dall’altra c’è il viaggio della Argo II, che conserva ancora quella classica energia da road trip caotico tipica di Riordan, anche se sempre più segnata dalla guerra imminente.
Jason continua a cercare disperatamente di essere il leader perfetto, il che significa fondamentalmente caricarsi addosso qualsiasi responsabilità possibile fino a sembrare un veterano di guerra intrappolato nel corpo di un diciassettenne. Piper cresce enormemente in questo libro, soprattutto perché inizia finalmente a capire che il suo fascino non è “un potere carino”, è  terrificante, perché può piegare le persone alla propria volontà, e il romanzo insiste continuamente sulla linea sottilissima tra persuasione e manipolazione. Frank probabilmente vive una delle evoluzioni migliori dell’intera saga. Parte convinto di non essere abbastanza, ma "La casa di Ade" è il libro in cui smette lentamente di vedersi come il ragazzo goffo che segue gli altri e inizia finalmente a diventare qualcuno capace di guidare. Hazel continua a essere incredibilmente tragica, perché più cresce nei propri poteri, più il romanzo ricorda continuamente quanto sia vicina alla morte, all’oltretomba e alla magia antica. Il suo legame con Ecate e con la Nebbia la rende sempre più potente, ma anche sempre più distante dagli altri. Infine, Leo in questo libro è contemporaneamente il personaggio più divertente e quello che probabilmente avrebbe bisogno di cinque anni di terapia intensiva. Continua a scherzare, continua a flirtare con qualsiasi forma di vita respirante e continua a usare l’umorismo come barriera emotiva mentre dentro di sé si convince sempre di più di essere destinato a restare solo. L’introduzione di Calipso peggiora ulteriormente la situazione, perché Leo trova finalmente qualcuno che lo vede davvero, qualcuno capace di capirlo oltre le battute e il caos continuo. E naturalmente Riordan decide di ambientare tutto questo su Ogigia, l’isola più emotivamente distruttiva dell’universo mitologico, dove le relazioni nascono praticamente con la garanzia implicita della sofferenza futura. 

Il cuore vero però rimangono Percy e Annabeth.
Il Tartaro li distrugge lentamente, li costringe a vedere versioni peggiori di sé stessi, li obbliga a confrontarsi con mostri che non sono soltanto fisici ma emotivi. Ogni incontro è progettato per ricordare loro tutte le guerre combattute, tutte le persone perse, tutto il dolore accumulato negli anni.
E Percy qui mostra probabilmente il lato più inquietante di tutta la saga.
La scena con Akhlys è fondamentale perché, per la prima volta, Percy fa davvero paura. Non al lettore soltanto, ma anche ad Annabeth.
Percy usa il veleno contro Akhlys con una ferocia quasi incontrollabile, e il romanzo rallenta abbastanza da farti capire una cosa terribile: il Tartaro sta tirando fuori il peggio di lui. Ed è scioccante perché Percy è sempre stato il protagonista sarcastico, impulsivo, eroico. Vederlo perdere il controllo in quel modo cambia completamente la percezione del personaggio.
Annabeth è terrorizzata, Percy stesso è terrorizzato.
Riordan riesce finalmente a mostrare il costo reale dell’essere continuamente “l’eroe della profezia”.
È una scena fondamentale perché mostra il costo reale di anni passati a combattere. Percy è sempre stato l’eroe che salva tutti, ma nel Tartaro qualcosa della sua purezza si distrugge. E Annabeth lo vede.

Il finale è gigantesco nel modo più Rick possibile: mostri ovunque, caos assoluto, le Porte della Morte che devono essere chiuse prima che Gea si risvegli completamente e sette semidei esausti che cercano disperatamente di impedire la fine del mondo. Percy e Annabeth riescono finalmente a uscire vivi dal Tartaro, che sinceramente a questo punto conta quasi come un miracolo olimpico.
Ma nessuno esce davvero indenne da questo romanzo: Percy e Annabeth tornano cambiati, Leo trova qualcuno da perdere, Frank capisce il proprio valore, Hazel accetta la propria forza.
Nemmeno Nico, che continua a essere uno dei personaggi più dolorosamente complessi della saga, ne esce come prima. La sua confessione a Jason — il fatto che per anni abbia nascosto i propri sentimenti per Percy e la propria identità per paura del giudizio — è uno dei momenti più importanti dell’intera serie. Perché Nico passa la vita intera a nascondersi.

Tutti loro crescono.
E "La casa di Ade" funziona così bene proprio per questo: perché è il romanzo in cui i personaggi smettono definitivamente di essere ragazzi che giocano agli eroi e diventano persone che hanno davvero attraversato l’inferno.

Il Sangue dell'Olimpo
(Salvare il mondo? Certo. Prima però bisogna impedire una guerra civile tra adolescenti armati!)

"Il sangue dell’Olimpo" è il libro in cui Rick Riordan prende tutto quello costruito nella saga — i greci, i romani, le profezie, Gea, i giganti, i drammi emotivi, Nico Di Angelo che soffre da circa quattro libri consecutivi — e lo porta al collasso totale.
E la cosa più divertente è che il vero problema non è neppure Gea all’inizio. 
Cioè, sì, tecnicamente c’è una dea primordiale della Terra pronta a distruggere il mondo, ma nel frattempo greci e romani sono a pochi minuti dal dichiararsi guerra, gli Dei stanno lentamente impazzendo per via della loro doppia natura greco-romana, e sette adolescenti traumatizzati devono sistemare tutto prima che qualcuno faccia esplodere il pianeta.
Insomma, ci si aspetterebbe che dopo "La casa di Ade", l’equipaggio della Argo II possa avere del meritato riposo, infondo è sopravvissuto praticamente per miracolo. Percy e Annabeth sono usciti vivi dal Tartaro — che già di per sé dovrebbe garantire automaticamente dieci anni di pensione anticipata e supporto psicologico illimitato — ma il problema è che il mondo non aspetta che i protagonisti elaborino i propri traumi.

Il romanzo parte con un’enorme sensazione di pressione costante. Non quella classica da “andiamo a salvare il mondo”, ma una più pesante, quasi stanca, perché questi ragazzi combattono da troppo tempo e si vede. I Sette stanno viaggiando verso la Grecia sapendo benissimo che, se Gea, si risveglia completamente, il mondo finisce.
Il dettaglio peggiore è il modo in cui Gea deve essere risvegliata: sangue semidivino di un ragazzo e una ragazza versato sui terreni sacri dell’Acropoli. Che è esattamente il tipo di profezia che Rick Riordan adora scrivere.
La cosa interessante de “Il sangue dell’Olimpo” è che il romanzo parla continuamente di unità, ma mostra quanto sia difficile ottenerla davvero, perché greci e romani non si odiano semplicemente per incomprensioni superficiali. Sono cresciuti con mentalità completamente diverse.
Nel frattempo, lontano dall’Argo II, Reyna, Nico e il Coach Hedge stanno affrontando una missione che, sinceramente, sembra inventata da qualcuno sotto effetto di nettare olimpico: trasportare l’Athena Parthenos fino al Campo Mezzosangue per impedire una guerra tra greci e romani.
E la cosa incredibile è che questa storyline diventa una delle migliori del libro, perché Reyna e Nico funzionano benissimo insieme. Entrambi sono stanchi, entrambi si sentono isolati, entrambi hanno passato anni a caricarsi addosso responsabilità enormi senza avere davvero qualcuno su cui appoggiarsi.
Reyna continua a essere uno dei personaggi più sottovalutati della saga. È forte, composta, intelligente, ma soprattutto profondamente sola. È cresciuta convinta che il suo valore dipenda soltanto da quanto riesce a sopportare, e il libro insiste continuamente su questa sua tendenza a sacrificarsi in silenzio. Nico invece continua a essere Nico, cioè un ragazzo di quindici anni con il livello di trauma emotivo di un reduce di guerra. Vedere lui e Reyna costruire lentamente un rapporto di fiducia è una delle cose migliori, soprattutto perché non viene trasformato in una storia romantica. Sono semplicemente due persone che capiscono il dolore dell’altro senza bisogno di troppe parole.

Lontano, sulla Argo II, il caos continua come sempre.
Dopo il Tartaro, Percy e Annabeth sembrano due persone che hanno disperatamente bisogno di dormire per una settimana intera e magari parlare con uno psicologo, ma siccome sono personaggi di Rick Riordan devono invece partire immediatamente per fermare un’apocalisse.
Leo torna finalmente da Ogigia dopo essersi innamorato di Calipso, e naturalmente Riordan decide di trasformare tutto questo in un gigantesco presagio tragico, perché Leo capisce il significato della frase della profezia:

“Con l’ultimo fiato un giuramento si dovrà mantenere.”

E lui, da assoluto genio impulsivo che prende decisioni emotivamente devastanti con l’energia di qualcuno che monta una bomba alle tre del mattino, ha giurato sullo Stige che sarebbe tornato da Calipso per liberarla. Il che significa una cosa molto semplice: che è convinto di dover morire. E la parte più dolorosa è che lo accetta quasi subito.
Certo, continua a scherzare, a comportarsi da clown del gruppo, a flirtare con il pericolo come sempre, ma sotto tutto questo c’è un ragazzo che si sta preparando mentalmente al proprio sacrificio.
È a dir poco inquietante per un diciassettenne.
La parte in Grecia è puro caos mitologico nel modo più divertente possibile. Hazel, Frank, Leo e Percy decidono letteralmente di rapire Nike/Vittoria per costringerla a dire loro gli ingredienti della “cura del medico”, l’unica medicina capace di salvare dalla morte chi è destinato, indovinate un po'?, a morire.
L’intera sequenza mantiene quell’ironia assurda tipica di Riordan: i protagonisti stanno affrontando la fine del mondo ma continuano a litigare, improvvisare e prendere decisioni completamente folli con una sicurezza ingiustificata. Poi portano il tutto ad Asclepio, che crea finalmente la medicina e regala perfino degli occhiali a Jason, dopo che il ragazzo è stato ferito al petto, perché evidentemente anche gli eroi leggendari meritano un minimo di assistenza sanitaria.

Ma il cuore del libro resta sempre la tensione crescente verso la battaglia finale. Quando i Sette arrivano ai terreni sacri e trovano tutti i giganti radunati, il romanzo accelera improvvisamente.
Gli Dei finalmente recuperano la propria lucidità grazie all’arrivo dell’Athena Parthenos al Campo Mezzosangue e si precipitano in Grecia.
E lì esplode la guerra totale.
Gli Dei contro i giganti, i semidei contro Gea, il mondo praticamente a un passo dal collasso. E in mezzo a tutto questo Annabeth è ferita, stremata e continua comunque a combattere perché Annabeth Chase probabilmente considera il riposo un’offesa personale.
Ma non contento, zio Rick fa una cosa quasi crudele nella sua semplicità.
Gea non si risveglia attraverso un enorme rituale drammatico, si risveglia per una goccia di sangue dal naso di Percy.
Una stramaledetta goccia!
Cioè, dopo migliaia di pagine di guerre, profezie e sacrifici, basta quello? Davvero?
Ma insomma, diciamo pure che è perfetto così, perché rende Gea ancora più inevitabile, più antica, più fuori scala rispetto ai protagonisti.

Da qui è ufficialmente il delirio in ampia scala.
Zeus scaglia letteralmente la Argo II verso l’America, facendo atterrare i protagonisti al Campo Mezzosangue mentre la battaglia infuria ovunque.
E non dimentichiamo Ottaviano. Io lo trovo straordinario, perché rappresenta perfettamente il fanatismo romano portato all’estremo: arrogante, ossessionato dal controllo e assolutamente convinto di essere l’unico ad avere ragione.
E la sua fine è probabilmente una delle più assurde e ironicamente perfette della saga. Vuole distruggere i greci usando l’oro imperiale e finisce catapultato insieme al proprio carico direttamente contro Gea.
Letteralmente eliminato dalla sua stessa ossessione.
D'altra parte ci sono Leo, Jason e Piper che affrontano Gea in aria a bordo di Festus, e qui il romanzo raggiunge il proprio centro emotivo.
Leo sceglie davvero di sacrificarsi, non per la gloria, ma perché vuole salvare tutti.
L’impatto con Gea lo uccide.
E per qualche pagina Riordan lascia davvero il lettore con quella morte addosso. Perché Leo era il ragazzo che scherzava sempre, quello che sembrava meno importante rispetto agli altri grandi eroi, e invece è lui a salvare il mondo.
Solo che Leo, essendo Leo, aveva già pianificato tutto. Aveva programmato Festus per usare la cura del medico subito dopo la sua morte, che è contemporaneamente geniale, commovente e assolutamente folle.
E infatti Leo si risveglia distrutto, stanco, ma vivo.
E l’ultima immagine del romanzo è perfetta: Leo che vola via su Festus verso Ogigia, deciso finalmente a mantenere la promessa fatta a Calipso, mentre dietro di lui i greci e i romani festeggiano insieme.
Per la prima volta uniti davvero.


“Eroi dell’Olimpo” parla della guerra, ma non di quella epica e gloriosa che gli dei amano raccontare nei miti, non della guerra fatta di eroi perfetti, statue di marmo e canzoni trionfali.
Parla della guerra vista dagli adolescenti costretti a combatterla. Perché, sotto tutti i mostri, le profezie e i giganti alti trenta metri, questa saga racconta soprattutto ragazzi che hanno ereditato errori più antichi di loro e che, nonostante tutto, cercano disperatamente di non ripeterli.
Per secoli greci e romani si sono odiati, gli Dei hanno continuato a usare i propri figli come pedine sacrificabili, i semidei sono cresciuti convinti che soffrire fosse inevitabile, quasi normale.
Poi arrivano questi sette ragazzi emotivamente instabili, sarcastici, impulsivi e stanchi morti, e decidono inconsapevolmente di fare una cosa che persino gli Dei non erano riusciti a fare: fidarsi gli uni degli altri. La profezia parla di sette mezzosangue proprio perché il punto non è l’eroe singolo. Il punto è imparare a condividere il peso.
Ed è una differenza enorme rispetto alle saghe precedenti.
Percy Jackson era “l’eroe della profezia”. Qui invece Riordan distrugge lentamente l’idea stessa dell’eroe solitario.
La vera vittoria della saga non è la sconfitta di Gea, ma è vedere greci e romani finalmente smettere di considerarsi nemici, vedere il Campo Giove e il Campo Mezzosangue esistere senza prepararsi costantemente alla guerra, vedere questi ragazzi scegliere un futuro diverso da quello che gli dei avevano costruito per loro.
Per questo il finale della saga è molto più malinconico di quanto sembri, perché i protagonisti vincono sì, ma nessuno di loro è più lo stesso.
Eppure, nonostante tutto, continuano a scegliere gli altri, continuano a scegliere la speranza.
Che è poi la cosa più importante che Riordan cerca di dire per tutta la saga: il mondo non si salva grazie agli dei, alle profezie o agli eroi perfetti.
Si salva quando persone imperfette decidono comunque di fidarsi le une delle altre.

I Tropes di Percy Jackson "Eroi dell'Olimpo":

✨ Abusive Parents
✨ Greek/Roman Mythology
✨ Found Family
✨ Angst
✨ Slow Burn
✨ Fatal Flaws 
✨ Many more...


A chi è consigliato:
"Eroi dell’Olimpo” è consigliato a chi ama le storie fantasy che riescono a essere gigantesche senza perdere il lato umano. A chi vuole leggere di profezie apocalittiche, dei greci pronti a distruggere il mondo e draghi di bronzo sputafuoco, ma anche di ragazzi che cercano disperatamente di capire chi sono mentre tutto intorno a loro va a fuoco, letteralmente. Spesso per colpa di Leo.
Ma soprattutto, è una saga consigliata a chi vuole personaggi imperfetti, perché non parla di persone destinate a essere grandi. Parla di ragazzi che cercano di diventarlo mentre il mondo pretende troppo da loro.


Perché leggerlo:
Perché prende tutto ciò che funzionava in “Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo” e lo espande in qualcosa di molto più grande, più ambizioso e spesso anche più doloroso. Rick Riordan non si limita a riportare Percy in scena e a mandarlo contro altri mostri. Costruisce una saga che parla di identità, appartenenza, guerra, trauma, memoria e fiducia, mantenendo comunque lo stesso tono ironico che rende impossibile leggere cinquanta pagine senza ritrovarsi a ridere nel momento meno opportuno. Vale la pena leggerla perché riesce a parlare di speranza senza renderla banale.
Perché la speranza, in questa saga, non è qualcosa di luminoso e perfetto. È dolorosa, a tratti fugace, ma resiste. Ed è questo il vero messaggio di "Eroi dell'Olimpo": anche quando il mondo sembra sul punto di crollare, anche quando gli errori del passato sembrano troppo grandi da sistemare, anche quando tutto dice che sarà un fallimento, le persone possono ancora scegliere di proteggersi a vicenda.

Testo ed immagini a cura di Alya

Aggiungi commento

Commenti

Non ci sono ancora commenti.