IT, Stephen King

Pubblicato il 9 settembre 2026 alle ore 14:00

E se la paura non fosse qualcosa da cui impariamo a fuggire, ma qualcosa che impariamo a riconoscere?

Credo che, arrivati alla fine di IT, questa sia una delle domande che mi sono rimaste più a lungo. Perché, per quanto sia facile associare questo romanzo a un clown che compare dalle fogne, a bambini scomparsi, a sangue, cadaveri e a un'entità capace di assumere la forma delle nostre peggiori paure, ridurre IT a un romanzo horror sarebbe, almeno per come l'ho letto io, perdere una parte enorme di quello che Stephen King sta realmente raccontando.
Certo, Pennywise fa paura.
A volte parecchia, a volte in maniera disgustosa, disturbante, quasi fisica. Ma la cosa che mi ha colpita di più non è stata la capacità di King di inventare un mostro terrificante. È stata la sua capacità di prendere qualcosa di estremamente astratto — la paura — e trasformarlo in un elemento concreto della vita dei suoi personaggi.
Pennywise non si limita a uccidere. Osserva, capisce, manipola, aspetta. E soprattutto si trasforma in ciò che abbiamo già paura di vedere.
È questo, secondo me, il punto fondamentale del romanzo: il mostro non deve inventare le nostre paure, deve soltanto trovare quelle che abbiamo già dentro. Ed è proprio per questo che IT mi è sembrato molto meno un romanzo "su Pennywise" e molto più un romanzo sull'essere umani, sull'infanzia, sul diventare adulti, sul ricordare e dimenticare, sul modo in cui il tempo cambia ciò che abbiamo vissuto, e sul fatto che, forse, crescere non significa lasciare completamente indietro il bambino che siamo stati.
Significa imparare a conviverci.

«E quasi per sbaglio, Eddie scoprì una delle grandi verità della sua infanzia: i veri mostri sono gli adulti.»

Se dovessi scegliere la frase che più rappresenta il modo in cui ho percepito IT, probabilmente sarebbe questa, perché Pennywise è il mostro più evidente del romanzo, ma non è necessariamente quello che mi ha fatto più paura.
Anzi, più leggevo, più mi rendevo conto che King aveva costruito un'intera città nella quale il soprannaturale rappresentava soltanto una delle tante forme dell'orrore.
Derry è piena di mostri prima ancora che IT si presenti, e alcuni hanno un volto perfettamente umano. 
Henry Bowers è probabilmente l'esempio più immediato. La sua violenza nei confronti dei Perdenti è brutale, ossessiva e gratuita, ma soprattutto è concreta. Non c'è nulla di cosmico, nulla di inspiegabile, nulla che appartenga a un'altra dimensione. È un ragazzo che sceglie consapevolmente di fare del male, e proprio per questo, in alcuni momenti, l'ho trovato persino più disturbante di Pennywise. 
Ma non è soltanto Henry. È il padre di Beverly, è l'incapacità degli adulti di vedere ciò che accade ai bambini, è la violenza che viene normalizzata, il razzismo, l'omofobia, l'indifferenza. Ed è quella strana capacità collettiva di Derry di assistere all'orrore e poi comportarsi come se non fosse successo nulla.
È qui che ho trovato una delle idee più riuscite del romanzo: IT non ha bisogno di trasformare Derry in un luogo malvagio. Derry lo è già abbastanza da sé. L'entità sembra piuttosto inserirsi nelle crepe che esistono già nella città, alimentandole e ampliandole. La sua influenza fa sì che le persone non facciano domande, che dimentichino, che non intervengano. Le tragedie diventano episodi isolati, le sparizioni vengono assorbite dalla normalità e il male riesce a ripetersi. Ed è terribile proprio perché King non rappresenta l'orrore come qualcosa che arriva da fuori, ma lo fa crescere dentro una comunità.
Per questo la morte di George all'inizio del romanzo non è soltanto l'inizio della storia di IT, è il primo esempio di un mondo adulto che non riesce a proteggere un bambino.
George muore inseguendo una barchetta costruita dal fratello, a tratti è un'immagine quasi tenera, ed è proprio questa tenerezza a rendere la scena così crudele. King prende qualcosa che appartiene all'infanzia — una giornata di pioggia, un impermeabile giallo, una barchetta di carta — e lo mette a pochi centimetri da una creatura che non dovrebbe esistere, e poi ci ricorda che il vero problema non è soltanto che IT sia lì, è che nessuno può davvero impedire che IT torni.

Pennywise è ovviamente l'immagine che rimane più impressa, ma personalmente trovo che funzioni proprio perché non rappresenta una paura universale. 
Rappresenta la paura individuale. IT non ha bisogno di essere uguale per tutti, può essere ciò che terrorizza me e ciò che terrorizza te può essere completamente diverso. È una scelta che ho apprezzato moltissimo, perché trasforma il romanzo in qualcosa di estremamente personale.
La paura, in IT, non è un'entità oggettiva, è più una percezione, il modo in cui la mente interpreta qualcosa che non riesce a controllare.
Pennywise funziona come villain proprio perché sa entrare in quel meccanismo.
I Pozzi Neri (in inglese Deadlights), inoltre, che sono la vera forma cosmica e primordiale del clown, rappresentano qualcosa di ancora più grande: un orrore che la mente umana non è realmente in grado di comprendere. Inserirli nel contesto di IT è stato, a mio parere, il modo più intelligente nella quale King potesse giocare con un concetto che trovo a dir poco affascinante: non tutto ciò che ci terrorizza può essere spiegato. Perché si sa che alcune cose fanno più paura proprio perché non possiamo comprenderle completamente.

In mezzo a tutto questo troviamo loro, i protagonisti del Club dei Perdenti: Bill Denbrough, Beverly Marsh, Ben Hanscom, Richie Tozier, Eddie Kabsprak, Stan Uris e Mike Hanlon. E, se devo essere sincera, sono loro il vero motivo per cui ho amato questo romanzo più di quanto mi aspettassi. Non è sicuramente perché siano tutti ugualmente facili da amare, anzi, alcuni mi hanno conquistata immediatamente, altri molto meno, ma il punto è che insieme funzionano in maniera straordinaria.
Bill è quello che ho percepito maggiormente come il centro emotivo del gruppo. La morte di George lo definisce, ma non lo esaurisce. La sua ossessione per IT nasce dal senso di colpa, dalla necessità di trovare un responsabile e dall'incapacità di accettare che qualcosa di così terribile sia semplicemente successo. Beverly, invece, è probabilmente uno dei personaggi che ho trovato più forti. Non perché King la trasformi in una specie di eroina invincibile, ma perché il suo coraggio convive continuamente con la paura, e proprio per questo mi sembra molto più credibile. Ben è forse quello che mi ha suscitato più tenerezza. La sua solitudine, il rapporto con il proprio corpo, il modo in cui cerca di trovare un posto nel gruppo rendono la sua crescita particolarmente significativa. Eddie è una contraddizione ambulante, è fragile, ansioso, ipocondriaco, completamente condizionato dalla madre e contemporaneamente capace di un coraggio che spesso nemmeno lui sa di possedere. Il rapporto con Sonia Kabsprak è uno degli aspetti che mi ha fatto più riflettere, perché Eddie rappresenta perfettamente quanto sia difficile distinguere una paura reale da una paura che ci è stata insegnata. Richie, invece, è probabilmente quello che mi ha divertita di più. La sua ironia continua non è soltanto comic relief, è un modo per sopravvivere. Lui scherza quando ha paura, parla quando sarebbe molto più semplice tacere e usa l'umorismo come una specie di scudo. Mike è quello che conserva la memoria di Derry più di tutti gli altri e proprio per questo, paradossalmente, è anche quello che rimane maggiormente legato al passato. Stan, infine, è quello che ho trovato più tragico, perché in un romanzo in cui l'immaginazione permette ai Perdenti di sopravvivere, Stan è quello che ha maggiormente bisogno di credere che il mondo abbia delle regole. Per questo motivo IT, per lui, rappresenta esattamente il contrario.

Prima di arrivare al discorso sulla memoria, però, credo sia necessario soffermarsi un momento a spiegare come King abbia scelto di raccontare questa storia, perché la struttura di IT è fondamentale per comprenderne davvero il significato.
Il romanzo è costruito principalmente su due piani temporali che si intrecciano continuamente: il 1958, quando Bill, Beverly, Ben, Richie, Eddie, Stan e Mike sono bambini di circa undici anni, e il 1985, quando sono ormai adulti e vengono richiamati a Derry dalla promessa fatta quasi trent'anni prima.
Non abbiamo, quindi, una semplice storia che procede dall'infanzia all'età adulta, King ci fa vivere entrambe contemporaneamente. Il passato interrompe il presente, il presente richiama il passato e, capitolo dopo capitolo, i due periodi finiscono per spiegarsi a vicenda. Mentre seguiamo i Perdenti adulti nel loro ritorno a Derry, veniamo riportati continuamente alla loro infanzia: scopriamo come si sono conosciuti, come è nato il Club dei Perdenti, quali paure hanno dovuto affrontare e, soprattutto, come hanno scoperto che dietro le sparizioni e le morti dei bambini della città si nasconde qualcosa che nessun adulto sembra disposto a vedere.
Ed è proprio questa alternanza che ho trovato particolarmente efficace, perché il lettore sa che quei bambini diventeranno gli adulti che stanno tornando a Derry, ma contemporaneamente assiste al momento in cui tutto ha avuto origine. Sappiamo che sono sopravvissuti, ma non sappiamo ancora quanto siano cambiati, sappiamo che hanno sconfitto IT una prima volta, ma non sappiamo ancora esattamente cosa sia successo, sappiamo che hanno fatto una promessa, ma vediamo soltanto lentamente perché quella promessa sia diventata così importante.
Il romanzo, quindi, non procede soltanto attraverso gli eventi: procede attraverso la loro scoperta.

L'estate del 1958

La parte ambientata nel 1958 è, per me, quella in cui IT trova la sua anima più autentica. È l'estate in cui i sette ragazzi si incontrano e diventano il Club dei Perdenti. Ognuno arriva al gruppo portandosi dietro una paura diversa, una situazione familiare complicata, una forma di solitudine o qualcosa che lo rende un bersaglio facile agli occhi degli altri. E mentre affrontano Henry Bowers e la sua banda, si rendono conto che esiste qualcosa di molto peggiore, perché gli omicidi di bambini che da tempo tormentano Derry non sono episodi isolati.
IT
 è tornato. 
La creatura si risveglia ciclicamente, all'incirca ogni ventisette anni, e si nutre soprattutto della paura dei bambini. Non ha una forma definitiva: può trasformarsi nella paura di chi ha davanti e assumere l'aspetto della creatura, della persona o della situazione che quella persona teme maggiormente. Pennywise è soltanto la sua manifestazione più riconoscibile. Proprio attraverso queste apparizioni, i Perdenti iniziano a comprendere che il problema non riguarda soltanto loro.
Derry è infestata da qualcosa di molto più antico.
Nel corso della loro estate, i sette ragazzi affrontano individualmente le proprie paure e, insieme, cercano di capire la natura di Pennywise. La loro indagine li porta a scoprire la storia della città e il modo in cui il ritorno dell'entità sembra essere legato alle grandi tragedie che hanno segnato Derry nel corso degli anni.
Qui il romanzo si allarga enormemente. Non stiamo più soltanto seguendo sette bambini contro un clown, stiamo osservando un'intera città costruita attorno a un ciclo di violenza che sembra ripetersi da generazioni.

Il ritorno nel 1985

Ventisette anni dopo, i Perdenti hanno ormai vite completamente diverse e, soprattutto, quasi tutti hanno dimenticato.
Hanno dimenticato Derry, l'estate del 1958, IT, persino la promessa che avevano fatto.
Tutti, tranne Mike.
È proprio Mike, rimasto a Derry e diventato bibliotecario, a rendersi conto che il ciclo si sta ripetendo. Quindi, quando IT torna, Mike chiama gli altri sei.
Qui 
il romanzo cambia completamente tono. Non abbiamo più soltanto sette bambini che scoprono il male, abbiamo sette adulti costretti a tornare nel luogo da cui erano fuggiti e a confrontarsi con qualcosa che avevano rimosso.
Il problema è che il ritorno non significa semplicemente affrontare di nuovo IT, significa ricordare. Ogni personaggio deve recuperare pezzi della propria infanzia, ricostruire ciò che è accaduto e comprendere quanto profondamente quell'estate abbia influenzato la persona che è diventato.
È quasi come se il romanzo dicesse che non possiamo affrontare davvero il passato finché non siamo disposti a ricordarlo, e questo vale tanto per Pennywise quanto per i Perdenti stessi. 

Una storia raccontata attraverso il ricordo

Questo è, secondo me, il motivo per cui la struttura di IT può sembrare così labirintica.
King non vuole raccontare gli eventi nell'ordine in cui sono accaduti, vuole raccontarli nell'ordine in cui vengono ricordati. Il passato emerge gradualmente, attraverso ricordi, testimonianze, racconti e frammenti della storia di Derry. Il lettore ricostruisce il quadro insieme ai personaggi. Questa scelta ha perfettamente senso, considerando il tema centrale del romanzo, perché IT parla continuamente di memoria, ma non presenta mai la memoria come qualcosa di lineare: un ricordo ne richiama un altro, un'immagine porta a una persona, una persona porta a un evento, un evento ne fa riemergere un altro che credevamo dimenticato.
È esattamente ciò che succede ai Perdenti quando tornano adulti e più ricordano, più capiscono, ma più capiscono, più devono tornare a essere quei bambini che avevano cercato di dimenticare.

Dalla paura individuale a quella collettiva

La cosa che mi è piaciuta maggiormente è anche il modo in cui la storia cresce insieme ai protagonisti. All'inizio sembra quasi una storia relativamente semplice: un gruppo di bambini deve affrontare una creatura mostruosa.
Poi King allarga progressivamente il campo. Scopriamo la storia di Derry, le tragedie che si sono ripetute nel corso dei decenni, l'influenza di Pennywise sugli abitanti, la natura quasi cosmica dell'entità, il rapporto con Maturin e il Macroverso, i Deadlights, il ciclo di risveglio e letargo e, contemporaneamente, la storia si fa sempre più personale. Più scopriamo cosa sia IT, più diventa evidente che la sua vera forza non sta soltanto nella capacità di uccidere. Sta nella capacità di entrare nella mente delle persone, di trovare la paura giusta, di farla crescere, di convincere una persona che quella paura sia impossibile da superare. Per questo il Club dei Perdenti rappresenta l'antitesi perfetta al clown.
Da soli, sono vulnerabili, insieme, riescono a dare un nome alle proprie paure, a raccontarsele, riconoscerle e a non permettere che ciascuno di loro debba affrontarle da solo.

Crescere mentre si combatte

Quello che rende questa struttura così importante, almeno per come l'ho interpretata io, è che mentre affrontano IT, i Perdenti stanno contemporaneamente affrontando la propria crescita. L'estate del 1958 non è soltanto il periodo in cui scoprono un mostro, è il periodo in cui scoprono se stessi, l'amicizia, il desiderio, la violenza, la morte, il coraggio e la perdita. Scoprono che gli adulti possono essere protettivi, ma possono anche essere incapaci di vedere, che il mondo non è sicuro e scoprono che avere paura non significa necessariamente essere deboli.
Quando tornano nel 1985, invece, devono affrontare il problema opposto. Non devono più imparare a crescere, devono imparare a ricordare, devono recuperare quella parte di loro che la vita adulta ha nascosto sotto anni di distanza, abitudini e dimenticanze. Per questo, arrivata a questo punto del romanzo, la frase «La vita ha la brutta abitudine di far cambiare il sapore alle cose» assume per me un significato ancora più forte.
I Perdenti non stanno semplicemente tornando a combattere IT, stanno tornando a vedere la propria infanzia con gli occhi degli adulti che sono diventati.

«La vita ha la brutta abitudine di far cambiare il sapore alle cose.»

IT è anche una storia sul modo in cui il tempo modifica il significato delle cose, quindi questa frase, per me, è il cuore della seconda metà del romanzo. 
Da bambini, i Perdenti vivono tutto con un'intensità assoluta: un'estate può sembrare eterna, un'amicizia può sembrare indistruttibile, una promessa può sembrare impossibile da infrangere, un luogo può diventare il centro dell'universo. Poi, però, crescono, e tutto cambia.
Quando li ritroviamo nel 1985, sono adulti che hanno costruito vite completamente diverse. Hanno lavori, relazioni, successi, abitudini, e quasi tutti hanno dimenticato. Questa parte mi ha colpita forse ancora più dell'orrore, perché King non racconta la memoria come un archivio perfetto, la racconta come qualcosa di vivo e che può scomparire, qualcosa che può deformarsi e che può tornare.
Derry diventa proprio questo: un ricordo che nessuno di loro sa più raccontare completamente, ma che non ha mai smesso di esistere.
Mike è l'unico che rimane lì, gli altri sono fuggiti. E trovo questa differenza importantissima, perché Mike non è semplicemente "quello che non è riuscito ad andarsene", ma è quello che ha continuato a ricordare, è il custode della memoria dei Perdenti, ed è proprio lui a doverli richiamare, per ricordare loro chi erano e ricordare loro la promessa.

La parte adulta del romanzo mi ha dato una sensazione particolare. Non è soltanto nostalgia, ci ho trovato qualcosa di più malinconico. Tornare in un luogo dell'infanzia significa inevitabilmente confrontarsi con il fatto che quel luogo non può più essere visto nello stesso modo. La casa che sembrava enorme può essere diventata piccola, quella strada che sembrava infinita può essere percorsa in pochi minuti, il luogo in cui giocavamo può essere completamente cambiato.
Questo perché noi siamo cambiati. E, secondo me, King è con questa visione che spiega cosa voglia dire quando parla del "sapore delle cose". La cosa non necessariamente cambia, ma cambiamo noi, e cambiando noi, cambia il modo in cui la percepiamo. Derry è la stessa Derry e contemporaneamente non lo è, i Perdenti sono le stesse persone e contemporaneamente non lo sono, il passato è successo davvero, ma il modo in cui lo ricordano non è più quello di allora.
Questa è l'idea che attraversa tutto il romanzo.

La capacità di dimenticare di fronte all'orrore è una delle caratteristiche più inquietanti di IT. Derry dimentica, anche gli adulti dimenticano, per non parlare dei Perdenti stessi.
Ed ecco che IT torna.
È quasi un ciclo naturale, ed è difficile non vedere in questo qualcosa di profondamente umano, perché anche noi dimentichiamo, non necessariamente gli eventi. A volte dimentichiamo come ci facevano sentire.
Ricordiamo che qualcosa è successo, ma non riusciamo più a recuperare completamente la persona che eravamo quando è successo, è questa distanza a rendere il ritorno dei Perdenti così potente.
Devono recuperare non soltanto gli avvenimenti, ma devono recuperare loro stessi.

«Non si smette di essere piccoli tutt’a un tratto, con una grande esplosione, come uno di quei palloncini pubblicitari con gli slogan.»

Qui arriviamo alla frase che, credo, sia quella che più di tutte riassume ciò che IT mi ha lasciato. Il romanzo, in fondo, è costruito interamente intorno a questo concetto. Non esiste un momento preciso in cui smettiamo di essere bambini, non ci svegliamo una mattina e improvvisamente siamo adulti.
Succede lentamente, parte da piccoli cambiamenti, piccole perdite, con l'arrivo delle prime responsabilità, delle prime delusioni, delle persone che se ne vanno, i ricordi diventano più sfocati. E poi, un giorno, ci rendiamo conto di essere diventati qualcosa che da bambini non riuscivamo nemmeno a immaginare.
I Perdenti lo rappresentano perfettamente: da bambini credono che il loro legame durerà per sempre, poi la vita li separa. E non perché abbiano smesso di volersi bene, semplicemente perché crescere significa anche prendere strade diverse.
È una delle cose più realistiche del romanzo.
L'amicizia infantile non viene romanticizzata fino a diventare eterna, viene spezzata dal tempo, ma non completamente. Perché quando arriva il momento di mantenere la promessa, loro sanno chi era al fianco di uno e dell'altro quando tutto sembrava solo una grande fiaba.

Qui la struttura a due linee temporali diventa davvero fondamentale. King non ci mostra soltanto bambini che diventano adulti, ci mostra adulti costretti a ricordarsi di essere stati bambini, e la differenza è enorme. Da bambini, i Perdenti riescono a credere nell'impossibile, da adulti hanno imparato a essere razionali, a lavorare, a costruire una vita, a dimenticare ciò che non riescono a spiegare. Per tornare a combattere IT, devono recuperare una parte di quella capacità infantile, devono tornare a credere. E personalmente ho trovato questa idea molto più interessante della semplice battaglia contro il mostro.
La domanda non è:
"Come fanno a uccidere IT?"
La domanda è:
"Come fanno degli adulti a tornare a essere abbastanza bambini da affrontare qualcosa che da adulti hanno imparato a negare?"

Anche la paura, in questo senso, cresce. Da bambini abbiamo paura di cose che da adulti ci sembrano assurde, eppure non significa che da adulti abbiamo smesso di avere paura, abbiamo semplicemente imparato a darle altri nomi. Il buio diventa il futuro, il mostro diventa una perdita, la casa infestata diventa un ricordo, la creatura sotto il letto diventa qualcosa che non abbiamo mai affrontato davvero. Qui Pennywise mi è sembrato particolarmente intelligente. Lui può assumere infinite forme, ma la paura che rappresenta rimane la stessa, cambia il modo in cui la guardiamo, cambiamo noi. Non necessariamente cambia ciò che ci terrorizza.

Non credo che la forza horror di IT risieda soltanto nelle scene più sanguinose. Anzi, alcune delle cose che ho trovato più disturbanti sono quelle in cui King lascia che l'orrore umano rimanga quasi completamente scoperto. E parliamo della violenza domestica, del comportamento di Henry, delle tragedie di Derry, della morte di Georgie, della sensazione costante che gli adulti non vedano, o non vogliano vedere.
Questi sono solo esempi.
E poi, naturalmente, IT stesso.
Ci sono immagini che rimangono impresse proprio perché sono assurde: il clown nel tombino, le apparizioni, le creature, il ragno finale, le uova. Ma il vero disagio nasce dal modo in cui King riesce a far convivere queste immagini con qualcosa di molto realistico. La paura non è soltanto fantastica, è quotidiana ed è proprio questa combinazione a rendere IT così inquietante.

Il finale è probabilmente la parte sulla quale ho avuto più sentimenti contrastanti. Da un lato, trovo coerente che King non scelga una conclusione semplice.
IT non può essere soltanto un clown, né soltanto un ragno. E non può essere soltanto un mostro che viene sconfitto con una soluzione ordinata e definitiva, perché la sua natura cosmica rende la conclusione volutamente più grande della semplice lotta fisica.
Dall'altro lato, qui il romanzo diventa più surreale e divisivo. La Tartaruga Maturin, il Macroverso, i Deadlights e il rituale di Chüd portano la storia in una dimensione completamente diversa rispetto a quella con cui era iniziata. Personalmente credo che questa parte funzioni meglio a livello simbolico che letterale. Se provo a leggerla come la spiegazione precisa della mitologia di IT, trovo alcuni elementi molto più difficili da accettare, se invece la leggo come una rappresentazione del rapporto tra paura, immaginazione e volontà, tutto acquista molto più senso.
Soprattutto mi piace che King lasci comunque una certa ambiguità. IT è una creatura bugiarda, manipola, mente, racconta versioni diverse della propria origine, e quindi, paradossalmente, non abbiamo mai la certezza assoluta di conoscere davvero ciò che abbiamo davanti.

La morte di Eddie, invece, è una delle cose che mi ha fatto più male, perché è il personaggio che più di tutti dimostra quanto il coraggio non abbia nulla a che vedere con l'assenza di paura.
Eddie ha paura continuamente, è praticamente il suo stato naturale, eppure arriva un momento in cui sceglie comunque di agire. Questa scelta rende la sua morte particolarmente dolorosa perché non muore dopo aver smesso di avere paura, muore mentre ha ancora paura.
E per me è proprio questo il senso del coraggio che King racconta. 
Non l'essere invulnerabili, ma lo scegliere di fare qualcosa nonostante tutto.

E alla fine, cosa rimane davvero?

Quando penso a IT, non penso soltanto a Pennywise, ma penso a George con la sua barchetta, a Bill e al suo senso di colpa, a Beverly e alla sua forza, a Ben e alla sua solitudine, a Eddie e alla sua paura, a Richie e alle sue battute, a Mike e alla memoria, a Stan e al suo bisogno di trovare ordine.
Penso a sette bambini che si chiamano Perdenti e che, proprio perché si sentono tali, trovano gli uni negli altri qualcosa che il resto del mondo non riesce a offrire, e penso a Derry e tutto ciò che la città ricorda, a tutto ciò che sceglie di dimenticare. Penso alla promessa e penso soprattutto a quanto sia strano crescere. Perché quando siamo bambini crediamo che diventare adulti significhi smettere di avere paura, poi cresciamo e scopriamo che non funziona così. Semplicemente, impariamo a nasconderla meglio.
Forse è per questo che IT mi ha spiegato più di ogni altra cosa che la paura non scompare, ma cambia solamente forma.
La memoria non conserva tutto, tendenzialmente seleziona, cancella, deforma e protegge. E l'infanzia non finisce in un singolo momento, resta lì da qualche parte, dentro il modo in cui reagiamo alle cose, dentro le persone che siamo diventati, dentro ciò che abbiamo dimenticato e dentro ciò che, nonostante tutto, ricordiamo ancora.
I Perdenti devono tornare a Derry perché IT è tornato sì, ma credo che debbano tornare anche perché alcune parti di noi non possono essere lasciate indietro per sempre. Forse il vero significato della loro promessa non è soltanto "torneremo a combattere il mostro".
È:
"Qualunque cosa diventeremo, non dimenticheremo completamente chi eravamo."
Ed è questo che, alla fine, rende IT molto più di un romanzo horror. Cioè sì, è una storia sulla paura, ma è anche una storia sulla memoria della paura, su ciò che ci fa diventare adulti e su quanto sia difficile, una volta diventati adulti, ricordarsi che siamo stati bambini.
Pennywise rimane l'immagine più famosa del romanzo, ma non è quella che mi rimane più impressa. Mi rimangono i Perdenti, mi rimane Derry, mi rimane quella barchetta di carta, e mi rimane soprattutto la sensazione che, forse, crescere non significhi lasciare il proprio passato alle spalle. Significhi imparare a guardarlo senza permettergli di decidere chi saremo.
Ed è probabilmente questo, più del clown, del ragno, delle fogne e dei mostri, ciò che considero il vero cuore di IT.

I Tropes di IT: 

✨
Coming-of-Age
✨ Found Family
✨ Horror & Supernatural

A chi è consigliato:
Non consiglierei IT semplicemente a chi ama l'horror. Anzi, credo che sia uno di quei romanzi che può essere apprezzato anche da chi, normalmente, non cerca nel proprio scaffale storie di mostri, sangue e creature soprannaturali. Perché l'orrore è soltanto uno degli strumenti che King utilizza per raccontare qualcosa di molto più ampio. Lo consiglierei innanzitutto a chi ha voglia di immergersi completamente in una storia, senza la necessità che ogni pagina porti immediatamente avanti la trama. IT richiede tempo, pazienza e una certa disponibilità a lasciarsi trasportare dalle digressioni, dalla storia di Derry, dai ricordi dei personaggi e da tutti quei dettagli che, apparentemente, potrebbero sembrare secondari, ma che contribuiscono a costruire l'atmosfera del romanzo.
È un libro che non ha fretta. Lo consiglierei a chi ama i personaggi corali, perché il Club dei Perdenti è, a mio parere, uno dei gruppi meglio costruiti del romanzo. Non sono semplicemente sette protagonisti messi insieme per affrontare un nemico comune: ognuno ha una personalità precisa, una paura diversa, un proprio modo di reagire al mondo e un percorso individuale che si intreccia con quello degli altri, ma soprattutto lo consiglierei a chi è interessato a leggere una storia in cui l'orrore soprannaturale diventa una metafora di paure molto reali. Leggere IT significa quindi assistere a una crescita, ma anche a un ritorno e credo che, a seconda dell'età in cui lo si legge, questa parte possa assumere un significato completamente diverso. Da bambini potremmo guardare soprattutto al mostro, da adulti, probabilmente, iniziamo a guardare maggiormente ai bambini.


Perché leggerlo:
IT riesce a fare una cosa che considero particolarmente difficile: utilizzare l'horror per parlare di qualcosa che non fa necessariamente paura soltanto mentre stiamo leggendo. Dovrebbe leggerlo chi cerca un romanzo che possa essere affrontato su più livelli: come storia horror, come romanzo di formazione, come racconto sull'amicizia, come riflessione sulla memoria o persino come storia di una comunità e delle sue responsabilità. IT permette tutte queste letture contemporaneamente e, personalmente, è proprio questo che me lo ha fatto apprezzare così tanto.
Nonostante la sua lunghezza, nonostante le digressioni e nonostante alcuni momenti in cui ho avuto la sensazione che King stesse prendendo una strada decisamente più tortuosa del necessario, alla fine ho avuto la sensazione che quasi tutto fosse lì per un motivo.
Non è un romanzo da leggere soltanto per sapere come finisce, è un romanzo da leggere per capire cosa significa esserci arrivati. Perché, alla fine, credo che questa sia la domanda davvero interessante. Non "chi è il mostro?" Ma: "Di cosa abbiamo paura, quando nessuno ci sta più guardando?" 
E per rispondere, secondo me, vale la pena entrare a Derry.

Testo e immagini a cura di Alya

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