IT, Stephen King
Credo che, arrivati alla fine di IT, questa sia una delle domande che mi sono rimaste più a lungo. Perché, per quanto sia facile associare questo romanzo a un clown che compare dalle fogne, a bambini scomparsi, a sangue, cadaveri e a un'entità capace di assumere la forma delle nostre peggiori paure, ridurre IT a un romanzo horror sarebbe, almeno per come l'ho letto io, perdere una parte enorme di quello che Stephen King sta realmente raccontando.Certo, Pennywise fa paura.A volte parecchia, a volte in maniera disgustosa, disturbante, quasi fisica. Ma la cosa che mi ha colpita di più non è stata la capacità di King di inventare un mostro terrificante. È stata la sua capacità di prendere qualcosa di estremamente astratto — la paura — e trasformarlo in un elemento concreto della vita dei suoi personaggi.Pennywise non si limita a uccidere. Osserva, capisce, manipola, aspetta. E soprattutto si trasforma in ciò che abbiamo già paura di vedere.È questo, secondo me, il punto fondamentale del romanzo: il mostro non deve inventare le nostre paure, deve soltanto trovare quelle che abbiamo già dentro. Ed è proprio per questo che IT mi è sembrato molto meno un romanzo "su Pennywise" e molto più un romanzo sull'essere umani, sull'infanzia, sul diventare adulti, sul ricordare e dimenticare, sul modo in cui il tempo cambia ciò che abbiamo vissuto, e sul fatto che, forse, crescere non significa lasciare completamente indietro il bambino che siamo stati.Significa imparare a conviverci.